I familiari e gli amici piangono la morta. Le autorità cercano il colpevole. Le indagini si concludono con piccole pene, spesso neanche detentive. La gente poi dimentica. Il male continua.
L’amore si insegna ai bambini da bambini, e, non avendo altri parametri di confronto, riconoscono come “giusto” l’insegnamento dei genitori, figure più vicine e regolarmente presenti, ai quali si è anche geneticamente legati.
Quando ero bambina, mio padre riusciva sempre a convincermi che non valevo, che non sapevo esprimermi, che non avevo motivi sinceri quando cercavo di stabilire un rapporto con lui ma che avevo chissà quale intenzione secondaria; che sarei sempre stata una bambina sconclusionata non meritevole di attenzioni. Non gli piaceva come muovevo le labbra quando parlavo, come gesticolavo, come mi vestivo e persino la mia grafia. Gli altri erano sempre migliori. Dovevo essere grande per accettare le sue decisioni ma non sarei mai stata grande abbastanza per riuscire nella vita. Per concludere c’era il mio aspetto fisico sempre fuori forma e spiacevole ai suoi occhi.
Faceva lo stesso con mia madre e lei non si ribellava. Lo assecondava, anzi faceva di tutto per piacergli e difenderlo.
Crescendo, la mia personalità determinata e forte si scontrava sempre più con la sua dominante e manipolatrice, è più volevo emergere più lui mi soffocava.
Chiusa in casa, a volte in stanza, sempre sotto controllo come un prigioniero, nel silenzio, senza amici perché tutti avevano paura di lui tranne i docenti che minacciavano di denunciarlo.
E io cosa vedevo? Un papà bellissimo, forte, intelligente che aveva avuto la sfortuna di avere una figlia deludente. Una figlia imperfetta, troppo imperfetta per meritare il suo amore.
Ho passato buona parte dei miei anni migliori a cercare di piacergli, invano. Così, nel tentativo di piacere e di ricevere affetto, al di fuori dalla famiglia, tutte le personalità simili alla sua erano quelle di cui mi innamoravo.
Sopportavo la violenza verbale, emotiva e a volte anche fisica perchè mi prendevo sempre la colpa; in fondo loro avevano ragione, lo diceva anche mio papà. Ero io che facevo perder la pazienza, non loro che volevano solo spegnermi.
Finché, vittima di un narcisista manipolatore, il riflesso ulteriormente distorto del padre dal quale non ero riuscita a farmi amare, ho rischiato la vita.
Cosa ho fatto? Ho chiesto aiuto ad uno specialista. Ho attraversato all’inverso la strada che mi stava portando ad una vita infelice e breve e ho capito.
Ho capito che non ero io che non andavo bene.
Ho capito che ciascuno ha diritto di essere se stesso senza dover entrare nel modello preimpostato di qualcun altro.
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